Un vertice di governo convocato mercoledì a Palazzo Chigi ha messo a punto la posizione italiana in vista del summit Nato di Ankara, in programma il 7 e 8 luglio. Alla riunione, convocata dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, hanno preso parte il ministro degli Esteri Antonio Tajani, quello della Difesa Guido Crosetto e il titolare dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Al centro del confronto le spese militari e la strategia di rafforzamento del pilastro europeo dell’Alleanza Atlantica, mentre resta aperto il nodo dell’adesione dell’Italia al programma di prestiti europei Safe per gli investimenti nella difesa.
Poche ore prima della riunione, indiscrezioni del quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung avevano attribuito all’Italia l’intenzione di opporsi, nella dichiarazione finale del vertice, a un riferimento agli impegni finanziari degli alleati per la fornitura di armi all’Ucraina relativi al 2026 e al 2027.
Fonti di governo hanno smentito la ricostruzione, precisando che Roma non si è mai opposta allo stanziamento di 70 miliardi di euro per Kiev e che in un primo momento aveva soltanto valutato l’opportunità di inserire quel dato nella dichiarazione finale, una riserva già rientrata da giorni. Le stesse fonti hanno chiarito che la richiesta di una formulazione diversa non era legata a posizioni filorusse, ma all’obiettivo di non compromettere le prospettive di un negoziato che porti la Russia al tavolo.
Il tema del sostegno a Kiev era già stato affrontato il 24 giugno scorso a Berlino, nella riunione del formato E5, quando il cancelliere tedesco Friedrich Merz aveva annunciato la volontà di inviare da Ankara “un forte segnale di sostegno all’Ucraina” accompagnato da “un forte finanziamento”. In vista del summit, il governo ha inoltre disposto l’invio in Turchia di una batteria Samp-T italiana, resa pienamente operativa nelle ore successive alla riunione a protezione del vertice.
Le tensioni sui voli USA dalle basi italiane
Alla riunione di Palazzo Chigi si è aggiunto un secondo fronte di tensione, legato alle basi americane in Italia. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha risposto alle accuse relative a presunti voli decollati dal territorio nazionale per attività belliche contro l’Iran, ribadendo che “non ve ne sono stati”.
Crosetto ha spiegato che quando gli Stati Uniti hanno chiesto attività non riconducibili agli accordi bilaterali vigenti il governo italiano non ha concesso l’autorizzazione, “un diniego che ha anche generato un forte disappunto da parte dell’amministrazione americana”.
Il ministro si è detto pronto a trasmettere al Copasir i dati sui voli, confrontando i 518 autorizzati tra il 28 febbraio e il 23 giugno con quelli dello stesso periodo negli anni precedenti, quando furono 722 nel 2019, 450 nel 2020, 457 nel 2021 e 560 nel 2022.
La polemica era nata dalle dichiarazioni rilasciate a fine giugno dal segretario generale della Nato Mark Rutte, secondo cui 500 aerei statunitensi avrebbero utilizzato basi in Italia per sostenere l’operazione “Epic Fury” contro l’Iran. Il ministero della Difesa aveva definito la ricostruzione “totalmente fallace”, precisando che erano state autorizzate soltanto attività di natura tecnica e logistica, non cinetiche.
Anche Tajani, durante il question time alla Camera, ha respinto la versione di Rutte, definendo le sue parole “improvvide e non rispondenti al vero” e osservando che l’operazione contro l’Iran “non era un’operazione Nato” e che quindi “è difficile che Rutte potesse sapere”.
Interpellato nei giorni successivi dal Financial Times, Rutte ha corretto parzialmente il tiro, parlando di circa 5.000 voli statunitensi partiti da basi europee nel complesso del conflitto e definendo “isolati” i casi di mancata collaborazione da parte degli alleati europei.
Verso Ankara, la partita del 5% del Pil
Il vertice di Ankara arriva a un anno dall’impegno assunto dagli alleati all’Aia a portare la spesa per la difesa al 5% del Pil entro il 2035, un obiettivo su cui l’amministrazione Trump chiede verifiche puntuali.
Secondo l’ambasciatore americano presso la Nato Matthew Whitaker, il summit rappresenterà una sorta di “pagella” sui progressi compiuti dagli alleati verso quel target, dopo che il segretario alla Difesa Usa Pete Hegseth aveva definito “vergognosi”, lo scorso 18 giugno, alcuni alleati per i ritardi accumulati rispetto agli impegni del 2025.
Tajani ha confermato che l’Italia, “ad Ankara confermerà il nostro impegno sulla spesa militare: un passo coraggioso e necessario per proteggere la nostra libertà e la sicurezza dei cittadini”.
Meloni ha già annunciato nelle scorse settimane che porterà al vertice un investimento in difesa pari al 2,8% del Pil, con un aumento dello 0,71%, garantito però soprattutto dalle spese legate alla sicurezza sul proprio territorio, come la premier ha precisato più volte. Resta invece ancora da sciogliere, all’interno del governo, il nodo dell’adesione al programma Safe, lo strumento europeo di prestiti per gli investimenti nella difesa.
Meloni non risulta al momento tra i partecipanti alle iniziative previste per la festa dell’Indipendenza americana del 4 luglio, in un contesto già segnato dalle tensioni sui voli e dalle dichiarazioni di Rutte.
Nei prossimi giorni si capirà se e come Meloni avrà un incontro bilaterale con Trump ad Ankara, dove la premier incontrerà comunque il segretario generale della Nato Rutte.

